Testo di Francesco Antonio Brunacci

Letteralmente, diventare capaci significa divenire capienti. La domanda è: lo siamo abbastanza? E a questa ne segue, naturale, un’altra ulteriore. Siamo onesti o coraggiosi abbastanza per diventare capienti, pronti ad accogliere, a ricercare, a metterci in gioco, ad essere quello che intimamente siamo? Dunque capaci? Quindi coerenti con la nostra Visione del mondo, degli uomini, delle cose?


E quello che portiamo nel mondo è la visione che ci compone, sia eticamente che esteticamente? Oppure è connessa – fortemente – a quanto gli altri vedono, comprendono, immagazzinano di noi, al punto che noi siamo anche composti da quello che gli altri ci rimandano, da quello che vedono in e di noi? Non è vero forse che l’esperienza cuce assieme le coordinate delle nostre relazioni e le imprime nelle nostre azioni, anche nelle più solitarie? Creative? Artistiche? E che quando finalmente, l’opera è conclusa – spesso – persino chi l’ha creata osserva un risultato che non aveva considerato, ma che contiene in sé non solo la magia del processo, ma piuttosto la realtà che quel processo ha condotto ad un risultato intuito sulla carta e inatteso, imprevisto nella sua essenza reale?

Semplicemente, a lavoro finito, l’opera ci rappresenta: contiene ogni singolo dettaglio che ha costruito prima l’artista poi l’opera. Il resto, va lasciato a chi l’opera la osserva, la ama o la odia. Essa appartiene ormai al consesso degli uomini. Vedendo Emilio Tini al lavoro, non si può che avere una certezza: il suo lavoro è orientato verso una ricerca guidata da disciplina e costanza, dall’orrore della superficialità, dalla certezza che si possa e si debba Andare Oltre.


Il progetto.

Fantastiche Visioni nasce, in fondo dall’idea di un ricercatore generoso. Il vero ricercatore è la persona che non solo non si arresta di fronte al dubbio, ma che – anzi – pone di proposito lungo la sua strada ciò che non conosce. E cerca di risolverlo. Risolvere significa svolgere, dipanare, scomporre, sbrogliare.

Ordinare il Caos. Negli ultimi lunghi anni in cui Emilio Tini ha lavorato, affermandosi anche come il talento che ha dato forma a brand internazionali quali – Dolce e Gabbana, Brunello Cucinelli, Borsalino, Bulgari, Gianfranco Ferré, L’Oréal Paris, Swarovski, Canali, Corneliani, Tod’s, – ha saputo osservare anche quanto in questo ‘maledetto’ Made in Italy molti talenti venissero dispersi nei gangli produttivi della produzione mordi e fuggi di vari marchi emergenti e quanto la cifra dell’eleganza di molti di loro andasse dispersa.

Perché?

Nulla è più sconfortante dello spreco. Fantastiche Visioni è la raccolta dell’Italia che crea. Autofinanziandosi, ricercando quei volti, quei corpi, quelle anime che fanno l’Italia, ha deciso che voleva costruire due cose: due raccolte stampate che ogni anno – in marzo e settembre – diano la cifra di chi costruisce l’Italia con la sua ricerca artistica, ed un progetto congiunto e interattivo fatto di contenuti speciali che – a partire dagli inizi di marzo 2019 – offrirà sul web il risultato della ricerca sulle nuove tendenze, sui nuovi talenti, dove verrà data forza e luce a quello che siamo, al di là di ogni stupida e vieta maniera di seguire ciò che purtroppo si chiama politically correct. “Italians Do It Better” dice lui, anche ironicamente, ma lo dice credendoci.

La leggenda dei talenti italiani che ora sono i professionisti che ci guidano con le loro Visioni, è carica di uomini e donne che sono stati ostacolati, che volevano mollare dopo anni di lotte e fatiche economiche, data la pressante realtà del rifiuto di chi avrebbe dovuto dare loro soldi e quindi voce.

É altrettanto leggendario che questo provinciale di Perugia, scelto tra pochi a studiare al famoso Isia di Urbino, e poi sbarcato a Milano, sia stato “salvato” da Piero Piazzi – attuale presidente world wide dell’agenzia Women che lo ha introdotto in Condé Nast – e sia poi approdato a Vogue, in particolare a Vogue Gioiello, proprio nel giorno in cui aveva già stipato nella sua utilitaria tutto il materiale per lasciare la Milano da bere e tornarsene a casa.

Storia o leggenda? L’una fa parte dell’altra. Volersene tornare in provincia e trovarsi poi a lavorare con le più famose top model al mondo, sorretto dalle scelte creative di un Cappellaio Matto quale Philip Tracey – lo stesso che ha foggiato con copricapi prodigiosi Isabella Blow e Lady Gaga, Beyoncé Knowles e Franca Sozzani, Madonna, Sarah Jessica Parker e Daphne Guinness – è storia. Ma è una storia nella quale Emilio Tini non ha mai rinunciato a tre pilastri fondamentali: il rifiuto del compromesso, l’azzeramento dello standard, il senso di sacrificio. Schivo, a suo modo solitario, “No Social” come gli piace definirsi, sa di essere un provinciale e sa che molti, moltissimi di noi italiani che lo facciamo “better”, veniamo da lì: da quella provincia che sembra attanagliarci di cliché e perbenismo e che ci pungola nelle ossa fino a quando la Città, il Sogno, il Mondo, non accettano la nostra visione che contiene anche le nostre radici.

Lo è stato per quello che per me ha saputo essere il più grande direttore di Vogue di tutti i tempi, Franca Sozzani e la sua Mantova, per il legnanese Gianfranco Ferré, il piacentino Giorgio Armani, per Alberta Ferretti da Gradara, Brunello Cucinelli da Castel Rigone (Perugia), Claudio Marenzi da Lesa sul lago Maggiore, i Versace da Reggio Calabria e così via. Solo chi cresce nella costrizione costruisce. Con la leggerezza tutta sua, con quella inflessibile voglia di fare, con l’instancabile lavoro che contende al tempo, Emilio Tini è diventato il fotografo che è adesso.

Certo sono stati importanti gli studi classici, una famiglia contro corrente che gli istillava l’amore per Bellocchio e Antonioni, per Fellini e Pasolini, per Marco Ferreri e Jean-Luc Godard. È stata la Milano veloce e mai suadente, crudele e velocissima dove lui vive bene, ma è stato anche – come in questo progetto – la capacità e la voglia di vivere con l’onestà che gli ha insegnato suo padre, l’impertinenza bonaria che viene da sua madre. La sua fotografia “Sensibile, iconica, coraggiosa”, la definisce lui. L’ho visto sul set molte volte. Credo che quello che Emilio Tini sia capace di creare sia altro.

Mi viene in soccorso Federica Cervini un’amica, psicologa e formatrice di normodinamica che nella prefazione a “Zone di silenzio” (*) di Paolo Menghi scrive. “È la voglia di vivere che si strazia con il dolore di esistere, che da sempre ispira l’arte. Perché altrimenti rimanere per mesi su un ponteggio ad affrescare il soffitto di una cappella? Perché passare giorni e notti chiusi in una stanza curvi su dei fogli per strappare alle parole un’armonia e una direzione? Perché continuare a suonare i tasti di un piano se non riesci neanche più a sentire le note, come Beethoven? Il motivo è che la vita scorre fortissima ma non riesci a toccarla mai, non riesci a fermarla se non per un attimo, quando la disperazione viene inclusa in un’armonia più grande di lei.”


*Menghi Paolo, 1997, Zone di silenzio, 1° edizione, Roma, Edizioni Mandala Scuola di Normodinamica.


Questo non è romanticizing l’atto creativo: questo è provare ad includere l’esperienza della disperazione quale vettore di quello che creiamo sembra invece incatenato e costretto dentro la materia, la nostra e quella della vita.

Ogni qual volta Tini ha di fronte una persona da fotografare, non prescinde mai dalla relazione con il soggetto. Lo scarnifica, lo libera e lo libra, gli concede quello che lui o lei non si sono ancora concessi, accoglie le loro idee, l’ironia, la furia, il gioco, la perversione, la semplicità e la costrizione. Poi scatta, scatta, scatta scatta.

E solo alla fine dice, con un sorriso semplice e modesto: “Bene: ce l’ho”. Per questo le sue foto vanno al di là della nostra maschera: Isabella Ferrari, Emma Marrone, non le vedremo mai più così. Né gli imprenditori, gli scrittori, i modelli, le attrici cui lui ha concesso di darsi, per poi mai ingabbiarli nella sua visione estetica ma nell’etica di essere la traccia che vogliono dare al mondo.

“Siamo geniali, coraggiosi, abbiamo uno sguardo ampio e un respiro profondo!”, questo dice Emilio Tini del nostro Made in Italy.

L’idea innovativa di Emilio Tini, idea folle seppure ancorata al reale, racconta l’evoluzione di quanto noi stessi e quello che ci circonda – nostri simili compresi – possa diventare una Fantastica Visione costante. Ripetibile. Costante, perché l’idea e l’afflato di Tini, non si ferma a questo primo Alfabeto, ma diviene – grazie al supporto digitale che verrà proposto al pubblico ogni prima settimana del mese da marzo 2019 in poi – una maniera fluida, vitale, imprevedibile di far parlare una creatività che non deve avere briglie, che non deve essere compressa, piuttosto incisa nel reale e per questo connessa a quella voglia di Oltre di cui tutti noi – nascondendola o dichiarandola – siamo dotati.


La Fantastica Visione che ci offre Emilio Tini con questo progetto che si pone già in luce in costante movimento e accoglimento di tutte le differenze, è legata a una delle frasi più saettanti del filosofo francese Emmanuel Monnier: “Travailler pour l’incertain”. Da questo si genera la Fantastica Visione cui Tini dedica i suoi scatti, io i miei scritti: la necessità costante di Lavorare per l’Incerto. L’incerto comporta la ricerca assoluta di quello che guida ciascuno di noi, richiede molto calibro, la capacità di abitare un consenso sociale ed essere decisamente soli allo stesso tempo. Il generatore di ogni ricerca artistica non comprende in molte fasi iniziali, altro che il processo, quel processo che darà luogo al risultato.

Connettersi alla nostra personale, spesso lacerante, a volte divertita, Fantastica Visione, ci sgancia dal produrre un risultato tangibile, ma allo stesso tempo lo richiede, perché altrimenti quello che ci spinge a dare fiato alla creta o piedi alle ali, rimarrebbe sterile, sarebbe solo una visione aerea e mentale e non qualcosa possibile invece da toccare e da condividere. L’idea di Emilio Tini non è solo di esprimere se stesso attraverso quelle che non sono solo foto, ma penetrazioni dei mondi che si parano di fronte alla sua macchina fotografica.

La sua idea è quella di far sì che gradualmente, una volta il progetto lanciato, gli alfabeti diventino molteplici e contribuiscano a creare il più ampio crogiolo di creatività. Il crogiolo può essere il più semplice nella materia di cui è fatto o il più sofisticato. Quello che ne rileva l’utilità, è però la capienza e la scelta minuziosa seppure libera da schemi, di cosa porre nell’incavo prodotto dal crogiolo stesso.

Ma cosa c’entra tutto questo con l’affascinante e sempre più veloce Mondo della Moda? Con quello che è per fortuna Fashion Business? Credo che forse inconsapevolmente Emilio Tini – che conosco da molti anni e con il quale le nostre strade di immagine e scrittura hanno voluto e saputo incontrarsi – abbia attuato nella sua idea artistica di Fantastica Visione il processo insito in un mito che sta a cuore a tutti noi.

Proviamo a non essere libreschi. Recentemente ho fatto una ricerca personale su cosa accade ad Ulisse quando finalmente, dopo anni di vagare, raggiunge la sua Itaca. Credevo – erroneamente – che come uno yuppie ante litteram, una volta avvistata l’isola su cui era stato re, marito e padre, lui balzasse giù dalla nave e si affrettasse a parlare con Atena, prima di essere travestito da pastore, incontrare il cane Argo ed essere riconosciuto dalla nutrice Euriclea a causa di una vecchia cicatrice dovuta ad una battuta di caccia. Poi avrebbe massacrato i Proci e riconquistato letto, regno e paternità.

Non è così. Quando lui rivede l’isola dopo così tanto tempo, non la vede, ma la riconosce quale fosse un’Agnizione. I suoi marinai lo osservano che placidamente si addormenta e lo avvolgono in garze bianche, sono il suo Consesso. Solo così, lui dormiente, viene riposto sulla spiaggia e una volta svegliatosi e tolte via le bende, incontra Atena che lo trasforma. Vive quindi, sia il Sonno che il Sogno, dunque indossa la Maschera che lo guiderà all’Azione.

Non ci importa adesso che l’azione di Ulisse sia cruenta. Ma che consista nel fare, semplicemente. Agnizione, Consesso, Sonno creativo, Sogno, Maschera e Azione, sono i cardini del fare moda. Dobbiamo riconoscere la verità che ogni prodotto creativo, in questo nostro ambito, abbia bisogno di essere offerta in un Consesso condiviso. Ho osservato molti creatori in questo nostro mondo affascinante, attraversare la stessa incertezza che il sonno produce in noi, e il distacco che ne proviene. È da questo risveglio che abbiamo bisogno della Maschera, la maschera di chi prova ad incastonare nel consesso della moda quello che sembra a volte impensato e a proporre la sua nuova scelta creativa.

Solo da questa concatenazione di fatti nasce l’azione di produrre Moda.

Emilio Tini con la sua Fantastica Visione, ci invita ad essere determinati e possenti come Ulisse e allo stesso modo incerti, brevemente assonnati, poi pazzi, sognatori e condottieri.

Perché l’Azione che produce il tangibile è il frutto di questo processo. Vitale e sicuramente incerto.

Per questo quando gli si chiede quando è il momento preciso in cui ha deciso che avrebbe fatto il fotografo, lui risponde di getto.

“Deve ancora arrivare quel momento. Non mi sono mai sentito e non mi sento un fotografo ma un comunicatore a trecentosessanta gradi”.